Classifiche

“Come ti sei classificato?”
È questa la prima domanda che tutti ti rivolgono quando vengono a conoscenza della tua partecipazione ad una gara.
“Quanti concorrenti c’erano?”
È la seconda domanda...
“Per quanti chilometri hai volato?”
È la terza ...
“Sono arrivato ventitreesimo, però c’erano 100 concorrenti, tra i migliori, e ho fatto 120 km nel primo volo e 90 km nel secondo, lasciandomi dietro il famoso pilota Pippo che si è classificato 25° e il pilota Topolino che è arrivato 30°!”
Interessa poco o niente se ti sei divertito,se hai imparato qualcosa di nuovo,

quali difficoltà hai incontrato e in che modo sei riuscito a superarle per portare a termine tali voli. Interessano solo i numeri: 23°... 25°... 30°... 100... 90............

 

  

Un volo di cross è denso di difficoltà, di scelte, di momenti di entusiasmo tipo quando sei a base cumulo e ti senti fortissimo, di momenti disperati a 50 metri da terra e non riesci a centrare la bolla e ti senti un pollo incapace, di alti e bassi, insomma proprio come la vita.
Direi che un volo di distanza della durata di qualche ora riassume in sé, naturalmente condensati, buona parte degli ingredienti della vita. Un peccato quindi ridurlo in vuota sequenza di numeri e ragionare solo in termini di risultato senza considerare il cammino fatto e come lo si è fatto.

La filosofia del campione che proclama importante solo vincere si rivela nella realtà iniqua e frustrante.
Hai solo una probabilità su cento di arrivare 1° e 99 probabilità di fallire l’obiettivo: non male come percentuale di successo! E anche se oggi sei stato il più forte e fortunato, domani o dopodomani ci sarà immancabilmente uno più forte di te e conoscerai l’amarezza della sconfitta.
Perché l’incazzatura di quelli che arrivano dietro il primo classificato è sicura quanto la gioia del vincitore.
“l’importante è partecipare” predicava qualcuno un secolo fa, ed è ancora questa forse l’unica alternativa per non essere spesso delusi quando partecipiamo a una gara.

Temi di gara

Correre, correre, correre...
Buona parte di noi passa la vita a correre e rincorrere chissà che cosa, e quando corri non hai tempo di osservare, di ascoltare, di capire, di gioire.
Sembra che il fine sia diventato il correre e quando ti sembra di aver raggiunto un risultato, non hai tempo di gustarlo perché devi rimetterti in corsa.
È un vero peccato che anche il volo risenta di questa assurda logica contemporanea. Perché non farlo rimanere come era in origine quando abbiamo spiccato i primi voli, quando era scoperta, emozione, intelligenza, poesia? Chi lo dice che i voli di competizione devono inevitabilmente essere stressanti e per nulla divertenti? Perché devo considerare chi vola al mio fianco come un antagonista da battere a tutti i costi e talvolta con qualsiasi mezzo? Non sarebbe più divertente e soprattutto più rilassante limitare la corsa ad una parte della gara e per il resto condividere di buon grado le termiche e magari aiutarsi l’un l’altro a completare il percorso?

Si potrebbe continuare per molto ponendo domande che mettono in discussione le logiche della competizione e stigmatizzando comportamenti di ogni risma, fuorché sportivi.

Volare è bellissimo; volare con gli altri lo è ancora di più. La competizione è in realtà un’occasione di volare con gli altri, di imparare e qualche volta di insegnare agli altri, di spostare più in là i nostri limiti e le nostre esperienze, magari aiutando e facendoci aiutare dagli altri, non volando solo in funzione di noi stessi, alla ricerca di una imperitura quanto improbabile gloria. Semmai il “noi stessi” dobbiamo considerarlo come l’unico antagonista che abbiamo il dovere di battere. Per migliorarci.

Sistemi di punteggio, foto e regolamenti vari

Mi ritorna in mente quando sono stato chiamato a far parte della commissione giudicatrice durante una gara internazionale al Monte Cucco.
Uno degli organizzatori ci spiegava che un pilota svizzero aveva avuto dei problemi con la macchina fotografica su una boa, però c’erano piloti italiani, inglesi e tedeschi che testimoniavano il suo corretto percorso di gara. Eravamo quindi tutti perfettamente sicuri che tale svizzero avesse effettivamente sorvolato nel settore corretto la predetta boa. Non ci restava che accettare le testimonianze dei vari piloti dandogli buona la manche, il punteggio della quale gli avrebbe permesso di entrare a far parte della nazionale svizzera, oppure di invalidare il suo percorso in osservanza del regolamento che accettava la fotografia identificabile della boa come unica prova di sorvolo della stessa. Me ne vergogno ancora ricordandolo, ma anch’io come gli altri della commissione ho anteposto le regole al buon senso e ho negato la boa al pilota, pur, ripeto, essendo sicuro della correttezza della sua gara.
E questo è un caso che si ripete spesso: recentemente un pilota veneto, durante una sfida lombardo-veneta tra parapendio è stato visto da tutti, compresi i giudici di gara, sorvolare l’ultima boa prima di completare in testa il percorso, e sentito imprecare, ugualmente da tutti, perché aveva rotto la macchina fotografica prima dell’ultima foto. Verdetto scontato: niente foto boa e niente vittoria..

Probabilmente è più importante e credibile una foto che il fatto di osservare con i nostri stessi occhi, per essere certi di qualcosa.

In fondo non facciamo che rendere più importante il rito del dio: più importante la regola del buon senso.

Sono i regolamenti che devono servire i giudici di gara e non viceversa.

Applicare il buon senso implica delle prese di posizione e delle assunzioni di responsabilità. Ce ne manca il coraggio e quindi ci attacchiamo alle regole come se stessero sopra di noi, in nome di estemporanee equità e giustizia che poi spesso tradiamo quando queste regole le andiamo a interpretare per piegarle a nostro vantaggio.
Mi piacerebbe tanto vedere piloti sorridenti ai decolli prima della gara, felici di cimentarsi in una comune avventura di volo e poi felici a terra, ad un chilometro dal decollo oppure in meta, non importa, certi di aver fatto del loro meglio al di là di una sorte sfavorevole o favorevole.
Mi piacerebbe fare dei bei voli in compagnia avendo il tempo di guardarmi attorno, senza correre sempre, senza stress, senza fretta.
Mi piacerebbe non volare solo per vincere facendo come l’asino che insegue la carota.
Mi piacerebbe capire che è importante come si vola, non quanto si vola... come si vive non quanto si vive.

Graziano Maffi

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